25/02/2018 08:32

CHIAMPAN: IL CALCIO
FERITA ANCORA APERTA

Novant'anni non bastano a dimenticare. “Macché quella storia me la porterò nella tomba”. Ferdinando Chiampan, proprietario del Verona dal 1982 al 1990 e figlio di Giovanni (presidente nel secondo dopoguerra), ha vissuto il paradiso e l'inferno a stretto giro: lo scudetto nel 1985 e il fallimento e la galera pochi anni dopo.

Oggi, a 90 anni, il rospo è sempre lì, non se ne va: “Ho sempre nutrito il sospetto che l'allora sindaco Gabriele Sboarina avesse pilotato il fallimento. Lui aveva ottimi rapporti con i Mazzi. E mi son fatto 57 giorni di carcere”. Era l'alba del 24 luglio 1992: “Vennero ad arrestarmi alle sei di mattina, alle nove arrivarono i fotografi. Fu un'umiliazione. Avevano paura che inquinassi le prove, ma erano già passati due anni dai fatti contestati. E poi non c'era nulla da inquinare. E non potevano bastare i domiciliari? Credo di essere l'unico a Verona finito in carcerazione preventiva per quelle accuse”.

Bancarotta fraudolenta l'imputazione del procuratore di allora Guido Papalia: “Patteggiai dopo diversi anni, ma avrei voluto andare fino in fondo, ma il mio avvocato a un certo punto mi fregò e mi fece firmare un faldone di carte dove ammettevo le colpe”.

Oggi Chiampan, che vado a trovare nella sua abitazione sulle colline veronesi sopra Parona, sente tutto il peso degli anni: “L'unico impegno che ho è allacciarmi le scarpe alla mattina. Non esco quasi più. Sono stato in galera, ma anche questa è una prigione, comoda se vuole, ma sempre prigione è. E poi a novant'anni, che vuole, il tempo che rimane è poco...”. Eppure il cervello di Chiampan è sempre attivo. Mi mostra delle carte, dei vecchi articoli di giornale e usa il computer: “Sto ultimando il mio libro, con tutta la verità sul mio Verona e il male che mi hanno fatto”. “Ma sa – mi dice con un filo di amarezza – forse non lo pubblicherò mai. Non sono mai stato bravo a scrivere...”.

Chiampan è cupo se pensa al calcio perché “ne posso parlare solo male”. Torna a sorridere appena riaffiorano altri ricordi: “Sono nato nel retro degli uffici di una banca in centro storico. Diploma al liceo, laurea in Giurisprudenza, per due anni esercitai come avvocato, poi le aziende...”.


Dalle macchine fotografiche alle prime telecamere, passando per i registratori di cassa e addirittura fucili e cartucce. Non si è fatto mancare niente...


I nostri erano fucili di lusso. Qualcuno ci definì “le Rolls Royce dei fucili”. Poi quell'attività l'ho ceduta, ma ancora oggi ho la fabbrica di cartucce, la gestisce mio figlio. Ma ormai la caccia è morta, però va molto il tiro sportivo...


Con la Prora importava i prodotti Canon in l'Italia. Con i giapponesi ci sapeva fare...


Finché non litigammo. Era la seconda metà degli anni '80, loro pensavano che in Italia fosse ancora forte la macchina fotografica, ma gli italiani cominciavano con le piccole cineprese. La verità è che dal Giappone ormai stavano puntando sulle fotocopiatrici...


Lì iniziò anche il declino del suo Verona...


Non parlo volentieri di calcio. Si riapre la ferita. Dico solo che se nel '90 ci fossimo salvati, se a Cesena fosse andata diversamente, avrei avuto la forza di andare ancora avanti. Avevo appena aperto un'azienda a Milano, altroché fallimento. Ma decisi di mollare, lo avevo promesso in caso di serie B. Eppoi la piazza mi contestava ferocemente...


Papalia l'avrebbe accusata da lì a poco. Patteggiò dopo anni di battaglia...


Mi fregò l'avvocato, firmai una faldone di carte dove ammettevo le colpe. Io sarei andato fino in fondo. Non volevo patteggiare. Mi sentivo vittima.


Ma Papalia...


Guardi Papalia lo rividi dopo qualche anno a una cena del Verona di Pastorello. Venne a salutarmi dicendomi: “Dottore la rivedo con piacere”. Feci una smorfia di disappunto. In tribunale mi sventolò davanti un assegno di cui non sapevo nulla e mi accusò di rapporti con Caliendo. Ma io con Caliendo rapporti non ne avevo da anni, di lui non volevo più saperne. Pensi che da presidente andavo dai giocatori dicendo: “Chi ha Caliendo non è più gradito”.


Valentino Fioravanti mi ha detto che lei è stato fregato dai collaboratori...


No, quella è una voce che ha messo in giro un nostro ex dirigente che non nomino, perché ora non potrebbe difendersi. Io dei miei non posso parlare che bene.


“Garonzi sapeva muoversi nel calcio, Chiampan no”. Parole sempre di Fioravanti...


Ha ragione. Garonzi è stato il più grande presidente del Verona. Poi c'è Pastorello, contestato come me. Pastorello, se avesse avuto un grande azionista accanto e si fosse limitato a fare il manager con pieni poteri, avrebbe portato il Verona molto in alto e per anni. Lui aveva capacità, intelligenza come pochi e sponde importanti in Lega Calcio. Ma io ero amico di Piero Arvedi. Le racconto questa...


Prego.


Una sera ero da lui a Cavalcaselle. Frequentavo quella casa da anni. Sa, il Piero era un uomo solo. Quella sera lo sconsigliai di prendere il Verona. Gli dissi: “Piero, se uno come Pastorello vende significa che il Verona non conviene più. E poi guarda quello che è successo a me”. Sa cosa mi rispose?


Cosa gli rispose?


“Nando ti te te si fato fregar, a mi non me frega mia”. Piero era sincero. Gli ho voluto bene come a pochi.


Purtroppo han fregato anche lui...


Si è autofregato.


Perché Chiampan comprò il Verona?


Volevo seguire l'esempio di mio padre. Poi la passione del calcio l'ho sempre avuta, anche se non ci ho mai capito nulla. Era una situazione favorevole, dopo Garonzi il Verona rischiava di affondare in C e nel 1981 entrai come sponsor. Con Di Lupo avevo un bel rapporto, con Guidotti no. L'anno dopo divenni azionista di maggioranza.


Pensava allo scudetto?


No. Pensavo a fare meglio di Garonzi. Lui aveva fatto dieci anni di A, io volevo arrivare a undici. Mi sono fermato a otto, anche se di livello superiore a Garonzi.


Tra l'82 e l''87 gli anni più belli...


Merito di Bagnoli. E di Rangogni, che sapeva contrattare come nessuno. Io non sono mai stato bravo in quello. Poi certo di soldi ne spendemmo, chiariamoci. Se le dicessi gli ingaggi di quel Verona...


Com'era Bagnoli?


Un militare. Se ne stava per conto suo, mangiava per conto suo, con me non parlava, borbottava. Era inquadrato, pensava solo alla squadra. Viveva per quello. Pensi che abbiamo cominciato a parlarci veramente solo dopo, ma mai di calcio. Ogni tanto passa a prendermi in macchina e andiamo a farci un giro.


Nel 1987 inizia il graduale declino e la contestazione della tifoseria...


Quella non l'ho mai capita. Arrivavo decimo e mi contestavano. Dichiarai che avrei chiuso lo stadio per le intemperanze di certi tifosi, forse ho pagato quello. Mi massacrarono. Non sono mai stato un ruffiano con loro, a differenza di certi politici di allora. Sa, i voti e le carriere...


Sugli spalti la contestazione e in campo il giocattolo che inizia a rompersi. L'eliminazione a Brema nel 1988 è forse il vero canto del cigno della sua epoca...


Elkjaer non stava più in piedi. Dovetti cederlo. Gli diedi una corposa buonuscita e lui fu pure felice di tornarsene in Danimarca. Però quell'anno arrivarono Caniggia e Troglio. Alla presentazione di Caniggia i tifosi gridarono: “Elkjaer Elkjaer”. Troglio fu un'espressa richiesta di Bagnoli, che s'impuntò appena tornammo dall'Argentina solo con Caniggia. Quell'anno la squadra era molto forte, avrebbe dovuto fare sfracelli e invece rischiammo di retrocedere. Bagnoli non si trovò mai con Caniggia, disse che non serviva, e cominciavano a esserci frizioni anche all'interno della dirigenza.


Nel 1986 rifiutò 17 miliardi di lire da Berlusconi per Di Gennaro e Galderisi. Si è mai pentito?


Mi pentii appena uscito da Arcore, ma ormai non potevo più tornare indietro. Berlusconi era uno disponibile, ma non potevi dirgli di no e poi ritrattare. Era appena entrato nel calcio e aveva un sacco di soldi. 17 miliardi era una cifra astronomica, avrei rifatto l'intera squadra avanzandone pure. Alla fine accettammo solo cinque miliardi per Galderisi. Andai là con Polato e Mascetti. Mi dissero che se avessimo mollato Di Gennaro avremmo perso anche Bagnoli, che non avrebbe mai accettato la sua cessione. Non me la sentii.


Chi è stato il suo giocatore preferito?


Gigi De Agostini, forte e serio. Poi Galderisi, Sacchetti e Penzo, belle persone.


Segue il Verona oggi?


Sì leggo, m'informo. Ho letto l'intervista di Setti sul Corriere, ma anche l'articolo sui bilanci della Falco.


Che ne pensa?


Guardi, credo che contestare un presidente alla fine faccia male solo al Verona. A me ne hanno dette di tutti i colori, ma dopo di me che ha combinato il Verona?


Ma il calcio negli ultimi anni è cambiato tra diritti tv sempre più ricchi e paracaduti. Pastorello mi ha detto: “Li avessi avuti io certi introiti...”


Vero e capisco Pastorello. Ma diamo credito a Setti, poi se mente il tempo lo smaschererà. E poi contestarlo non conviene...


Cosa intende dire?


Che se ci dovesse essere qualcuno che vuole il Verona che immagine dai a contestare il presidente attuale? Non è che così invogli il possibile compratore...


In città gira da tempo la voce di Veronesi di Calzedonia...


Ha costruito qui vicino sui miei campi. Non mi sorprende questa voce.


Chiampan, lei è stato un uomo potente, lo sa?


Non me ne sono mai reso davvero conto, anche perché lasciavo fare. Io davo le linee guida, i principi erano i miei, ma poi facevano tutto i miei collaboratori.


Se ripensa ai suoi anni cosa le viene in mente?


Torniamo sempre lì, a quello che mi hanno fatto alla contestazione dei tifosi, al fallimento e alla galera...


Cosa vuole dire oggi a chi la contestò?


Oggi quei tifosi hanno 50 e passa anni. Domanderei loro: “A cosa è servito?”.


E se rivedesse Gabriele Sboarina?


Lui era un uomo delle istituzioni, aveva responsabilità maggiori rispetto ai tifosi. Gli chiederei: “Perché si è comportato a quel modo?”.


Pubblicherà il libro?


Mah, mio fratello gli trova sempre dei difetti. Sono uno che parla tanto e a volte mi perdo via con i discorsi. Idem quando scrivo. Anche stasera ho parlato troppo.

FRANCESCO BARANA


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