19/03/2020 14:16

Barana: solo il calcio
pensa di ricominciare

Nei giorni del tempo sospeso, “assediati da quello che manca” per dirla con il cantautore Vasco Brondi in Coprifuoco, appare trasognato e onirico l'auspicio del ministro dello Sport Spadafora: “Il 3 maggio è la data possibile per la ripresa del campionato, probabilmente a porte chiuse”.

Ora, Spadafora è un pentastellato sui generis, cresciuto a pane e politica, per nulla naif e, anzi, molto scafato. Pertanto sarebbe poco serio deridere o derubricare le sue parole. Credo tuttavia che quella dichiarazione non sia del tutto farina del suo sacco, ma sia dettata essenzialmente dalle pressioni che gli stanno mettendo i club di serie A, che hanno fretta di ricominciare. Insomma, a mio avviso nemmeno Spadafora crede...a Spadafora, il ministro probabilmente cerca solo di temporeggiare e rabbonire gli impazienti padroni del vapore pallonari.

Perché, se ci guardiamo attorno, se prendiamo atto della drammatica realtà del Paese (e del mondo), con le previsioni ancora incerte sul picco dei contagi da Covid e delle terapie intensive, e decine di calciatori già oggi positivi, trovo irrealistico solo pensare di poter riprendere il 3 maggio. Anzi trovo irrealistico pensare di riprendere proprio - e al riguardo servirà a poco anche lo slittamento degli Europei al 2021. Valga l'esempio del tennis, non certo sport pauperistico: Atp e Wta hanno chiuso baracca fino a inizio giugno (una data già più realistica del 3 maggio) e sono saltati tornei da centinaia di milioni di dollari come Madrid, Montecarlo, Roma e Parigi. Eccetto forse il Roland Garros, nessuno sarà recuperato più avanti. Ma ammettiamo (senza peraltro concederlo) che a giugno tutto riprenda, anche il calcio: avrebbe senso riaprire un campionato in corso a distanza di tre mesi dalla sua interruzione? Sarebbe regolare?

Sia chiaro, il calcio ci manca e per certi versi è vero quel che diceva il Maradona citato da Gigi Riva (il giornalista) nel suo bellissimo libro di calcio e guerra L'ultimo rigore di Faruk: “Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria”. Il calcio non è solo uno dei comparti economici più importanti del Paese, è soprattutto il più grande collettore sociale che esista al mondo e Dio solo sa quanto ci piacerebbe distrarci in un momento come questo (ma poi ce la faremmo? L'ultima di campionato sembrava un funerale...). E' vero, nemmeno dal 1940 al 1943, nei primi anni del coinvolgimento italiano nella Seconda Guerra Mondiale, fu interrotto il campionato (l'unico precedente è nel 1915 all'inizio della Grande Guerra) ma, rispetto ad allora, oggi la situazione è per certi versi ancora più indecifrabile. Una guerra tradizionale infatti è fatta di uomini e Stati che combattono contro altri uomini e Stati, perciò – anche se sembra assurdo usare tale espressione – è più “governabile” e puoi lasciare delle zone franche. Il coronavirus invece è nemico subdolo, invisibile, orizzontale e transnazionale e lo puoi debellare (in attesa di un vaccino) solo restando a casa, quindi bloccando tutto. E ancora non si sa per quanto tempo. Come non si sa, finita l'emergenza, in che modo si riprenderà a vivere.

In questo scenario di totale incertezza vale la pena smaniare per riaprire i battenti della serie A? Credo sia meglio annullare tutto, non assegnare lo scudetto e conteggiare solo i posti nelle coppe europee e le promozioni e le retrocessioni considerando la classifica a parità di partite. Per il resto, ci si rivede a settembre.

FRANCESCO BARANA